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Manager attenti: unitamente la pandemia si addensano nubi sui mercati di Hong Kong

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Nei cinque anni vissuti a Hong Kong il mio ufficio si trovava in Canton Road, sopra ad uno dei centri commerciali più grandi al mondo, Harbour City. Ogni tramonto per tornare a casa dovevo letteralmente aprirmi la strada tra centinaia di persone che noi occidentali avremmo potuto scambiare per consumatori locali, ma in realtà erano turisti cinesi in cerca di affari a Hong Kong. Prima della pandemia Bain stimava che il 33% dei consumi di beni di lusso al mondo fosse effettuato da consumatori cinesi, in Cina ma anche e soprattutto all’estero.

Più di 100 milioni di turisti cinesi all’anno che si recavano principalmente a Hong Kong per pura comodità e rassicurazione: lingua simile, stesso cibo e nel fondo Hong Kong fa parte della Cina. Ma soprattutto a Hong Kong i beni di lusso erano sicuramente originali e costavano circa un 20% in meno che in Cina. Hong Kong, di fatto, era un grandissimo centro ordinario all’aria aperta, con più di 50 milioni di turisti all’anno che, ad esempio, avevano trasformato la città nel primo mercato al mondo di orologi, davanti a Stati Uniti, Russia ed alla stessa Cina.

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