Mario Tchou, un cinese d’Italia- Corriere.it

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Mario Tchou, un cinese d’Italia- Corriere.it

di DARIO DI VICO

Ciaj Rocchi e Matteo Demonte nella graphic novel La macchina zero (Solferino) ricordano il tecnico dell’Olivetti che mise a punto il calcolatore Elea 9003, il primo computer fatto con i transistor

Adriano Olivetti lo convinse a tornare in Italia dandogli un appuntamento nel suo negozio a Park Avenue, allora considerato il pi elegante di New York, nel lontano 1954. E se non fosse finito vittima di un incidente sull’autostrada Torino-Milano nel successivo novembre del 1961, l’ingegnere di origine cinese Mario Tchou sarebbe sicuramente diventato
un’icona dell’innovazione made in Italy. In parte lo gi stato cos, a soli 37 anni, per il ruolo-chiave che ha ricoperto nella Olivetti di Adriano e nella messa a punto del calcolatore Elea 9003, il primo interamente realizzato con i transistor. Erano i tempi dei pionieri dell’elettronica e anche di un’incredibile stagione nella quale i colossi americani come Ibm temevano e monitoravano attentamente la concorrenza italiana.

La straordinaria avventura umana e imprenditoriale dell’ingegner Tchou torna di attualit 60 anni dopo la sua prematura scomparsa grazie all’uscita de La macchina zero (Solferino), una graphic novel opera di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte che, con il nuovo volume, chiudono una trilogia focalizzata sulla storia dei primi cinesi arrivati in Italia, iniziata con il graphic essay Primavere e Autunni, dedicato alla biografia del nonno di Matteo, Wu Lishan, e proseguita con Chinamen. Un triplice omaggio ai sacrifici e allo spirito d’avventura di uomini cosmopoliti e senza paura e anche l’auspicio di una duratura amicizia tra i due popoli, vergato stavolta con una matita. Scrivere un libro — annota Rocchi — significa dimenticarsi di s e diventare qualcun altro. Con il disegno accade ancora di pi. Ritrarre qualcuno nelle sue molteplici espressioni significa entrargli dentro. I dettagli, le sfumature, le zone di luce e quelle d’ombra. Disegnare qualcuno equivale a sentirne la presenza, trovarselo a fianco.

Figlio di un diplomatico cinese di stanza a Roma e originario di Hangzhou (terra di lavorazione della seta) Mario Tchou era nato nella citt eterna, aveva studiato al liceo Tasso e poi all’universit La Sapienza e aveva avuto come compagni di pallone addirittura Alfredo Reichlin, Luigi Pintor e Arminio Savioli. Durante gli studi universitari Mario aveva avuto modo di incontrare Edoardo Amaldi e l’occasione di conoscere i ragazzi di via Panisperna, che sotto la guida di Enrico Fermi lavoravano al primo esperimento nucleare. La meglio giovent degli anni Trenta, diremmo. La voglia di capire il mondo avrebbe portato in seguito Mario prima a Washington e poi a New York dove, a riprova di una tradizione familiare in cui merito e sacrificio viaggiavano abbinati, aveva anche alternato gli studi al lavoro di elettricista sulle navi ancorate nel porto. Poi non aveva saputo resistere al fascino e all’invito di Adriano Olivetti (150 mila lire di stipendio e due anni di contratto) e forse, ci suggerisce Demonte, anche a una certa nostalgia dell’Italia.

Leggere dell’impegno di Tchou e di un altro straordinario team, i ragazzi che nel piccolo centro di Barbaricina alle porte di Pisa progettavano una macchina che era all’avanguardia sotto tutti gli aspetti, dalla concezione logica alla tecnologia costruttiva per finire al design, non pu che generare ammirazione e forse rimpianto in una stagione in cui la manifattura parla ancora italiano e l’innovazione molto meno. Siamo in una lunga parentesi della storia nazionale nella quale pi che attirare talenti dall’estero la penisola rischia di perdere i suoi, perch li paga poco e li tiene troppo tempo in panchina. Quelli di Tchou, invece, erano ancora gli anni in cui i trentenni anche in Italia facevano la storia, capaci di dare il meglio di s stessi in laboratorio, di vivere la competizione scientifica internazionale da protagonisti e magari di fare il bagno in mare, come i loro coetanei, nella pausa pranzo. Ricordo le serate — racconta Franco Filippazzi, uno dei ragazzi di Barbaricina — passate chiacchierando con Mario e sua moglie Elena Montessori, che era un’affermata pittrice. A lei debbo il mio soprannome di Flip, che era l’abbreviazione del mio cognome ma anche un noto personaggio di Walt Disney dell’epoca.

Ma quanto c’era di italiano e quanto di cinese nella ricca personalit dell’ingegner Tchou? Gli autori del fumetto hanno scelto con la matita di sottolineare la componente asiatica. Abbiamo cercato di restare fedeli anche alla parte cinese di Mario, non tanto nel bilinguismo — scrive Rocchi — quanto nell’immaginario, utilizzando gli ideogrammi come rappresentazione grafica del suo pensiero e non della voce. In questo senso va anche la ricerca sulle onomatopee cinesi che abbiamo nascosto all’interno delle tavole. Servono a ricordarci che Mario parlava e si vestiva come un italiano, ma dentro di s pensava in cinese, certe cose poteva immaginarle e provarle solo in cinese

24 ottobre 2021 (modifica il 24 ottobre 2021 | 20:13)

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